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CURIOSITÀ 31 GENNAIO 2024

C'è vita dopo la morte: gli scienziati hanno le prove

C’è vita dopo la morte? Una domanda a cui da sempre cerchiamo di dare una risposta. Per la scienza pare di sì. Da quando nasciamo miliardi di microorganismi vivono in noi aiutandoci a digerire ciò che mangiamo, produrre vitamine essenziali e combattere infezioni. Ebbene, per loro la nostra dipartita non sarebbe la fine, bensì un nuovo inizio. Scopriamo insieme cosa dicono gli scienziati a riguardo.

Una straordinaria rivelazione

A sostenere la tanto affascinante quanto rivoluzionaria tesi è una microbiologa ambientale dell’Università del Tennessee (USA), la dottoressa Jennifer DeBruyn. Stando ai risultati delle sue ricerche, post-morte sopravvivrebbe il nostro microbiota, ovvero tutti quei miliardi di virus, funghi, batteri e protozoi che vivono in noi sin da quando veniamo al mondo.

Al momento della nostra dipartita il microbiota continuerebbe a vivere e lavorare incessantemente, per decomporre e “riciclare” il nostro corpo, e per trovare una nuova “casa” in cui trasferirsi. Come noto, il passaggio dalla vita alla morte è accompagnato da diversi cambiamenti nel nostro organismo, ad esempio il cuore smette di pompare sangue.

Secondo la microbiologa non tutto si arresta: a sua detta, nel frattempo che il corpo cessa ogni attività vitale, i batteri e gli altri componenti del microbiota continuano a vivere, ritrovandosi però a corto di cibo. Questo succede perché in vita siamo noi a fornirglielo, attraverso gli alimenti che mangiamo e che poi proprio loro ci aiutano a digerire.

Tale condizione porterebbe il microbiota a cibarsi coi prodotti di scarto lasciati dall’autolisi delle nostre cellule, ovvero dalla loro auto disgregazione causata dal decesso. È questo il processo di decomposizione del corpo, durante il quale i batteri sopravvissuti si nutrirebbero dello stesso cadavere.

Come i batteri “riciclano” il corpo umano

Per la DeBruyn questo processo non avviene in un ambiente asettico, ma a contatto col suolo, dove si annidano intere comunità di altri microorganismi. Gli studi della scienziata dimostrerebbero che il microbiota del terreno e quello proveniente da un organismo clinicamente morto si mischiano, collaborando al processo di decomposizione del corpo inanime.

Per la dottoressa, quindi, il microbiota umano non muore, anzi persiste per anni nel luogo in cui si è decomposto il cadavere, pronto a trovare un organismo nuovo da colonizzare per dare origine ad un altro microbiota.

Nulla si distrugge, tutto si trasforma

Non è tutto: collaborando con le comunità batteriche del suolo, i microorganismi provenienti dal nostro corpo svolgerebbero un ruolo alquanto fondamentale. Si occuperebbero di “riciclare” ogni elemento presente nel nostro fisico, dall’azoto al carbonio, restituendoli nuovamente all’ambiente.

Insomma, dopo averci accompagnato fedelmente in vita, il nostro microbiota continuerebbe a lavorare anche dopo che chiudiamo gli occhi per sempre, contribuendo a trasformare il nostro corpo in nutrienti che daranno origine ad altre forme di vita.

In poche parole, un pezzetto piccolissimo di noi (o meglio, dei nostri batteri) non smetterà mai di esistere. Romanticismo a parte, a quanto pare la DeBruyn conferma ciò che già sosteneva la Legge della conservazione della massa del chimico e biologo Antoine-Laurent de Lavoisier (1743-1794), ovvero “nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

Fonte: Università del Tennessee (USA)

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