Nel cuore della Calabria, in Italia, precisamente all’interno della Grotta del Romito, un abbraccio scavato nella pietra ha custodito per oltre 60 anni un segreto straordinario. Un DNA antico – rilevato dalle ossa di due individui risalenti all’ultimo Paleolitico, ritrovati nel 1963 e sepolti fianco a fianco in una posizione che suggerisce un forte legame affettivo – è stato studiato per saperne di più su una rara forma di nanismo.
Oggi, grazie alle tecnologie più avanzate di genetica e paleogenomica, quella scena antica rivive con una nuova luce, svelando non solo le dinamiche sociali di allora, ma anche un caso medico che rompe ogni barriera temporale.
Il DNA antico di 12.000 rivela un mistero molto raro
Una recente ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine – condotta da un team internazionale dell’Università di Liegi, dell’Università di Vienna e de La Sapienza di Roma – ha analizzato un DNA antico estratto dall’orecchio interno di resti scheletrici rinvenuti in Calabria. Questo tipo di campione è considerato uno dei più affidabili, perché meglio preservato nel tempo rispetto ad altri tessuti ossei.
Dall’analisi emerge una scoperta eccezionale. La più giovane delle due persone sepolte, soprannominata Romito 2, era una ragazzina di circa 12–13 anni che soffriva di displasia acromesomelica, tipo Maroteaux. Ovvero una rara forma di nanismo genetico. Questo disturbo provoca un marcato accorciamento di braccia e gambe, con una statura significativamente bassa, stimata intorno a 110 centimetri. La causa è una mutazione del gene NPR2, fondamentale per la crescita ossea. Romito 2 presentava due copie alterate di questo gene (condizione omozigote), confermando così la diagnosi di nanismo.
Interessante si è rivelato anche il profilo genetico dell’altra persona, chiamata Romito 1. Portatrice di una sola copia alterata del gene NPR2, era anch’ella più bassa della media del tempo (circa 145 centimetri), ma non presentava un nanismo evidente come nell’altro caso. La relazione genetica suggerisce che le due donne fossero madre e figlia oppure sorelle, legate da un rapporto stretto sia in vita sia nella deposizione rituale.
Le implicazioni scientifiche della scoperta
Questa ricerca non è solo un successo per l’archeologia, ma rappresenta una pietra miliare per la medicina e la genetica storica. Attraverso un DNA così antico, infatti, è stato possibile confermare una diagnosi arcaica, spingendo indietro di millenni la nostra capacità di identificare condizioni mediche del passato.
L’aspetto umano della scoperta è altrettanto toccante. Romito 2 sopravvisse fino alla tarda adolescenza, nonostante la sua condizione potesse rendere difficili gli spostamenti e le attività quotidiane tipiche dei gruppi di cacciatori-raccoglitori. La comunità di cui faceva parte sembra averla accudita e inclusa, offrendo supporto sociale e protezione: un segno potente di empatia e cura collettiva già presente oltre 12.000 anni fa.
In definitiva, questo studio dimostra che le malattie genetiche rare non sono fenomeni moderni, ma compagne antiche dell’umanità. Le tecniche moderne di analisi del DNA antico stanno aprendo una finestra senza precedenti sulla salute, l’evoluzione e la vita quotidiana dei nostri antenati, svelando storie di adattamento e relazioni umane profonde, scolpite nel tempo e ora riportate alla luce dalla scienza.