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CURIOSITÀ 22 OTTOBRE 2026

Scoperto nuovo dinosauro a Londra: il fossile era nel cassetto di un museo da 100 anni

Un reperto rimasto per quasi un secolo nelle collezioni del Natural History Museum di Londra ha permesso agli scienziati di identificare una specie di dinosauro carnivoro finora sconosciuta. Il fossile, risalente a circa 120 milioni di anni fa, appartiene a un megaraptoride, un gruppo di predatori caratterizzati da arti potenti e artigli particolarmente sviluppati. La scoperta è importante anche per la storia evolutiva di questi animali: si tratta infatti della prima prova confermata della presenza di un megaraptoride in Europa. A rendere possibile la rivelazione è stata una nuova analisi del reperto, effettuata con tecniche di scansione avanzate, che ha consentito di ottenere informazioni preziose da un frammento di cranio conservato per decenni senza una classificazione definitiva.

Il fossile ritrovato dopo 100 anni

La storia del reperto comincia sull’Isola di Wight, al largo della costa meridionale dell’Inghilterra, una zona conosciuta per i suoi importanti ritrovamenti paleontologici. Il frammento fu individuato ai piedi di una scogliera sulla costa sud-occidentale dell’isola da Reginald Walter Tooley, un appassionato cercatore di fossili. Alla sua morte, avvenuta nel 1924, il Natural History Museum di Londra acquisì più di mille reperti appartenuti alla sua collezione privata, tra cui anche il frammento di cranio destinato a rimanere a lungo senza una precisa identificazione.

Gli studiosi sapevano già che il reperto apparteneva a un dinosauro, ma non erano riusciti a stabilire con certezza a quale specie fosse riconducibile. Per decenni, quindi, il fossile è rimasto nelle raccolte del museo senza che fosse possibile comprenderne pienamente il valore scientifico. La svolta è arrivata grazie a un nuovo esame condotto dai ricercatori, che hanno utilizzato la tomografia computerizzata, una tecnologia capace di analizzare la struttura interna di un oggetto senza doverlo danneggiare.

Le scansioni hanno permesso di osservare caratteristiche anatomiche difficili da riconoscere con i metodi tradizionali e di ricostruire digitalmente il reperto attraverso un modello tridimensionale. Proprio il confronto tra queste informazioni e le conoscenze già disponibili sui dinosauri carnivori ha consentito di riconoscere elementi distintivi sufficienti a identificare una nuova specie.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Royal Society Open Science. Il caso dimostra quanto le collezioni storiche dei musei possano ancora offrire opportunità di scoperta, anche quando i reperti sono stati raccolti molto tempo prima. Non sempre, infatti, nuove conoscenze scientifiche richiedono di trovare fossili inediti sul campo: talvolta è sufficiente tornare a esaminare con strumenti più moderni materiali già conservati, che possono contenere informazioni rimaste nascoste per generazioni.

Il ritrovamento conferma inoltre il valore paleontologico dell’Isola di Wight, dove le ricerche hanno portato nel tempo a numerose scoperte. Nonostante oltre due secoli di raccolte e studi, il territorio continua a riservare sorprese, soprattutto per quanto riguarda i dinosauri carnivori, i cui resti sono relativamente rari rispetto a quelli di altri gruppi.

La nuova specie di dinosauro

Il dinosauro è stato battezzato Invictibellatrix amberina. Il nome richiama il significato di una guerriera invincibile e identifica un predatore vissuto durante il Cretaceo inferiore, circa 120 milioni di anni fa, quando i dinosauri dominavano gli ecosistemi terrestri. Secondo le stime dei ricercatori, l’animale poteva raggiungere una lunghezza compresa tra tre e quattro metri e un’altezza di circa un metro e mezzo. Le sue dimensioni, unite alle caratteristiche degli arti anteriori e degli artigli, ne fanno un carnivoro particolarmente interessante per comprendere la varietà dei predatori dell’epoca.

I megaraptoridi, nonostante il nome possa richiamare i piccoli dinosauri comunemente associati alla parola «raptor», erano animali differenti. Si trattava di predatori bipedi con braccia robuste e artigli ricurvi, appartenenti a un gruppo più strettamente imparentato con i tirannosauri. La loro strategia di caccia, secondo gli studiosi, faceva affidamento anche sulla forza degli arti anteriori, una caratteristica che li distingueva da carnivori come il Tyrannosaurus rex, noto soprattutto per la potenza del cranio e del morso.

Per quanto riguarda l’alimentazione, Invictibellatrix amberina avrebbe probabilmente cacciato piccoli dinosauri, lucertole e mammiferi. Il ricercatore Cassius Morrison, dello University College London e autore principale dello studio, ha paragonato il suo ruolo nella catena alimentare a quello delle iene negli ecosistemi attuali. Non sarebbe stato necessariamente il predatore dominante del proprio ambiente, ma avrebbe rappresentato una minaccia significativa per animali più piccoli.

Morrison ha inoltre osservato che, se gli esseri umani avessero condiviso lo stesso ambiente con questo dinosauro, sarebbero potuti diventare prede di dimensioni adatte. Da qui il paragone con il T. rex: non perché il nuovo dinosauro fosse più potente in assoluto, ma perché un essere umano sarebbe stato una preda relativamente piccola per il gigantesco tirannosauro, mentre avrebbe potuto attirare l’attenzione di un predatore di dimensioni più contenute.

I ricercatori ipotizzano anche che l’animale potesse essere ricoperto di piume, sebbene il suo aspetto preciso resti incerto in assenza di prove dirette sufficienti. La scoperta ha infine un significato che va oltre la descrizione di una nuova specie: i megaraptoridi erano già stati identificati in Asia, Australia e Sud America, ma la loro presenza in Europa non era stata dimostrata in modo conclusivo. Il fossile dell’Isola di Wight aggiunge quindi un tassello importante alla ricostruzione della loro distribuzione geografica e della loro evoluzione.

La vicenda di Invictibellatrix amberina ricorda, in definitiva, che le collezioni scientifiche possono custodire scoperte capaci di cambiare ciò che sappiamo del passato. Un frammento conservato per quasi cento anni è bastato per riconoscere un nuovo protagonista degli ecosistemi preistorici e aprire ulteriori interrogativi sulla diffusione dei grandi predatori durante il Cretaceo.

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